Personalità narcisistica
Laura Pedrazin, Laurea in Psicologia Clinica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano,
Ordine degli Psicologi della Lombardia n°25499
Caso clinico: “Andrea e la fatica di sentirsi speciale”
Il caso
Andrea ha 38 anni, è un avvocato affermato in uno studio internazionale e si presenta in terapia in un momento di forte crisi personale. Dice di “non avere più motivazione”, si sente spento, irritabile, spesso stanco. Ha perso interesse per il lavoro e nota un crescente senso di vuoto, nonostante le gratificazioni professionali. “Tutti mi dicono che ho una carriera invidiabile, ma io non riesco più a trovare un senso in nulla.”
Durante i colloqui, Andrea appare controllato, lucido, brillante nel linguaggio, ma poco connesso emotivamente. Parla con tono vagamente ironico o difensivo delle sue relazioni: molte interrotte, altre superficiali. Ammette di sentirsi spesso “solo tra la gente”, ma fa fatica a riconoscere un bisogno di vicinanza autentica. È molto sensibile alla valutazione del terapeuta, anche se cerca di nasconderlo dietro battute o atteggiamenti di superiorità. Quando viene toccato un tema più profondo, reagisce spesso svalutando (“Forse sto solo cercando un alibi per la mia noia”).
Il disturbo
Andrea mostra un’organizzazione narcisistica della personalità, secondo il modello psicodinamico. Il fulcro di questo assetto non è tanto l’arroganza manifesta – che può esserci o meno – ma una fragilità del sé profondo, mascherata da una costruzione identitaria centrata sul valore percepito dagli altri. Il bisogno di essere ammirato, visto come competente o speciale, è il tentativo – spesso inconsapevole – di colmare un vuoto interiore legato a esperienze precoci di riconoscimento insufficiente, frammentario o condizionato.
In questo tipo di funzionamento, l’accesso al sentimento autentico è spesso limitato: l’esperienza emotiva è filtrata da un sistema difensivo che privilegia il controllo, la negazione della vulnerabilità e l’idealizzazione o svalutazione degli altri. La dipendenza affettiva è vissuta come pericolosa e degradante, e può essere evitata tramite strategie che mantengono l’altro a distanza, anche se ciò alimenta la solitudine.
Il trattamento
Nel lavoro con Andrea, il primo passo è stato non cadere nella trappola della seduzione o del confronto: il terapeuta ha mantenuto una posizione empatica e rispettosa, evitando sia di gratificare acriticamente il bisogno di conferma, sia di smascherarlo troppo presto. È stato fondamentale costruire un’alleanza basata su una presenza coerente e affidabile, capace di tollerare il disinteresse apparente, l’ironia, o i momenti di svalutazione senza reagire né colludere.
Gli interventi clinici si sono concentrati sul dare parola all’esperienza interna autentica, spesso nascosta sotto il livello del discorso brillante. Quando Andrea parlava di “apatia”, ad esempio, è stato possibile esplorare come questa potesse rappresentare una difesa dal rischio di fallire, o peggio, dal rischio di dipendere da una fonte esterna di significato. Il terapeuta ha progressivamente aiutato Andrea a distinguere il sé autentico da quello “di prestazione”, rendendo pensabile che il valore personale potesse esistere anche al di fuori dell’ammirazione o del successo.
Un punto cruciale del trattamento è stato il momento in cui Andrea, dopo settimane di sedute apparentemente sterili, si è lasciato sfuggire: “A volte ho paura che lei si annoi con me.” Questo piccolo segnale ha aperto un canale emotivo: non è stato interpretato bruscamente, ma contenuto e valorizzato come indizio di una preoccupazione autentica per la relazione. Il terapeuta ha riconosciuto la fatica che Andrea prova nel mostrarsi vulnerabile, e ha validato quel sentimento come un passo importante, senza forzare l’elaborazione immediata.
Nel tempo, il trattamento ha favorito una graduale differenziazione del sé: Andrea ha iniziato a riconoscere desideri e limiti propri, a sviluppare un linguaggio affettivo più ricco, e ad accettare che la vicinanza non implica perdita di controllo, ma può essere una fonte di sicurezza e crescita.
Se stai vivendo, o conosci qualcuno che vive, un momento di depressione, parlare con un professionista della salute mentale può essere un passo importante per comprendere la situazione e intraprendere un percorso di sostegno personalizzato.
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