Perché parlare aiuta? Come funziona la psicoterapia
Laura Pedrazin, Laurea in Psicologia Clinica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano,
Ordine degli Psicologi della Lombardia n°25499
Perché parlare dovrebbe aiutarmi?
Molte persone arrivano in terapia con una domanda semplice e allo stesso tempo profonda: perché parlare dovrebbe aiutarmi? In fondo, raccontare ciò che si prova non cambia i fatti, non elimina il dolore e non risolve magicamente i problemi. Eppure, l’esperienza clinica mostra che la parola ha un potere trasformativo reale.
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Parlare in terapia
Trasformare l’esperienza emotiva
Parlare in terapia non significa solo “sfogarsi”. Significa dare forma a pensieri ed emozioni che spesso restano confusi, frammentati o difficili da riconoscere. Quando un’emozione viene nominata, smette di essere solo una sensazione indistinta nel corpo o nella mente e diventa qualcosa che può essere pensato, compreso, gradualmente tollerato. In questo senso, parlare aiuta perché permette di trasformare l’esperienza emotiva in esperienza pensabile.
Molte forme di sofferenza psicologica nascono proprio da ciò che non ha trovato parole: emozioni negate, vissuti precoci non riconosciuti, conflitti interiori che restano sullo sfondo ma continuano ad agire. La terapia offre uno spazio in cui queste parti possono emergere senza fretta e senza giudizio. Anche le esitazioni, i silenzi, le ripetizioni o le contraddizioni fanno parte del processo: non esiste un modo “giusto” di parlare, esiste solo un modo autentico.
Vissuti che possono essere portati nel dialogo
Ciò che rende questo processo realmente trasformativo è il fatto che avviene all’interno di una relazione. In terapia, la parola non è mai isolata: prende significato nel dialogo con un altro essere umano che ascolta, risponde, contiene. Il legame terapeutico non è solo una cornice, ma uno strumento di lavoro fondamentale. È nella relazione che la persona può sperimentare, spesso per la prima volta, un ascolto stabile e non giudicante, capace di sostenere anche emozioni difficili o contraddittorie.
In questo spazio relazionale si riattivano, in modo spontaneo e spesso inconsapevole, modalità affettive e relazionali già vissute altrove. Emozioni, aspettative e timori che appartengono alla storia della persona tendono a ripresentarsi nel rapporto con il terapeuta. Questo fenomeno, noto come transfert, non è un ostacolo, ma una risorsa clinica preziosa: ciò che viene rivissuto nella relazione può finalmente essere osservato, compreso e pensato insieme.
Quello che cambia, rispetto alla vita quotidiana, è il modo in cui queste dinamiche vengono accolte. In terapia, sentirsi incompresi, temere di essere giudicati, avere paura di deludere o di dipendere non porta automaticamente a un conflitto o a una rottura del legame. Questi vissuti possono essere portati nel dialogo, nominati, esplorati. Il terapeuta aiuta a fermarsi su ciò che accade, a collegarlo ad altre esperienze simili, a riconoscere schemi che tendono a ripetersi anche fuori dalla stanza di terapia.
Con il tempo, questo lavoro produce cambiamenti molto concreti. La persona può accorgersi di reagire meno impulsivamente, di riconoscere prima le proprie emozioni, di sentirsi meno sopraffatta da stati d’animo intensi. Spesso cambia anche il modo di stare nelle relazioni: ci si sente un po’ più liberi di esprimere bisogni, di tollerare le differenze, di affrontare i conflitti senza viverli come catastrofici.
Parlare, quindi, non serve solo a capire il passato, ma a fare esperienza, nel presente, di un modo diverso di stare con se stessi e con gli altri. È in questo intreccio tra parola, relazione e ascolto che la terapia può diventare uno spazio di cambiamento reale e duraturo.
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